Posted by on ott 8, 2018 in blog | 0 comments

A cura di Giulia Giordano

- Maria Elena, dagli anni ‘90 conduci laboratori di teatro per bambini e ragazzi a Roma, in natura, nei teatri e nelle scuole. Come sei approdata al mondo della pedagogia teatrale?

Il teatro in un certo senso è stato sempre presente nella mia vita. Mio padre aveva frequentato l’Accademia di Arte Drammatica ai tempi di Orazio Costa e Sergio Tofano, ma la sua invettiva costante era sempre “L’Accademia non la puoi fare”. Lui non lavorava in teatro, era stato assorbito nell’azienda del padre e si interessava di pedagogia, mia madre era insegnante, insieme si muovevano attivamente per il miglioramento della scuola pubblica. All’Università la Sapienza ho studiato Storia del Teatro, a quei tempi in facoltà c’erano numerosi seminari e lezioni aperte con registi e attori, come Yoshi Oida, Dario Fo, Judith Malina e Julian Beck, Vasiliev. Al teatro Ateneo ogni anno c’erano spettacoli aperti a tutti, è stato lì che ho conosciuto Carlo Cecchi, sul quale ho fatto la tesi di laurea. In quegli anni è stata anche conferita la laurea honoris causa a Peter Brook. Il mio amico fotografo, Francesco Galli, all’epoca ha scattato una bellissima foto a Peter Brook nell’Aula Magna dell’Università mentre gli veniva consegnata la laurea e me l’ha regalata quando ho finito gli studi. Questa immagine è un simbolo molto forte della storia teatrale di quegli anni e si trova ora all’interno del libro “Nella vasca dei pesci che sognano” insieme a molte foto scattate da Francesco che rappresentano il fermento del teatro negli anni novanta.
Per un anno ho lavorato alla tesi, con la prof.ssa Mara Fazio, sul rapporto tra avanguardie teatrali e Carlo Cecchi, contemporaneamente ho iniziato a fare teatro con i bambini, cominciava ad aprirsi e concretizzarsi la mia idea di Teatro Natura. Nel ’91, le prime mie due classi sono state terze elementari, all’inizio ero una volontaria, sperimentavamo. La prima messa in scena è stata: il Piccolo Principe nel giugno ‘92, su consiglio della bibliotecaria del Burcardo, dove mi recavo spesso a studiare.
La scoperta della mia vocazione teatrale è molto connessa a quella spirituale: in quello stesso periodo ho incontrato il Buddismo, sempre all’Università. Mi ha fatto da ponte il teatro orientale, le ore passate a vedere il lavoro degli attori indiani ed indonesiani. Grazie al prof. Ferruccio Marotti, che aveva anche una casa a Bali per seguire meglio il teatro balinese, ho conosciuto un mondo lontano, molto più legato ai ritmi della natura ed alla sacralità della vita. La persona che si occupava della videoteca dell’Università era buddista, mi parlò dell’infinito potenziale umano e mi aiutò a prendere coraggio per le scelte lavorative. In quel periodo già insegnavo a scuola con mia madre ed ho capito che mi interessava lavorare col teatro, inteso come mezzo, sulla “flessibilità”. I bambini già sono naturalmente flessibili allora l’idea era quella di non fargli perdere questa dote. Oggi posso dire che alcuni miei ex allievi da adulti hanno scelto di fare gli attori, i cantanti lirici, i danzatori oppure professioni non solo artistiche, ma sempre con uno spirito che andava al di là degli stereotipi.

- Racconta, come è impostato il tuo lavoro.

Quello che propongo ai miei alunni è un percorso legato alla creatività nel quale si valorizzano le differenze; è un lavoro fondato sull’ascolto, e anche sul “fermare” qualcosa, per poterla esibire, per manifestare la scoperta di sé. E’ fondamentale l’assenza di giudizio, sentirsi sostenuti, integrati, senza forme di manipolazione psicologica. Per me è davvero importante la filosofia con cui ci si approccia al teatro e alla pedagogia teatrale, la vocazione, le motivazioni che ti spingono ad agire e a scegliere una determinata modalità di intervento pedagogico. “L’essenziale è invisibile agli occhi” dunque il punto è come stanno le persone con cui operi, se gli permetti di “vedere”, allora tu sei stato un ponte efficace. Per molti anni ho fatto parte della “divisione educatori” della Soka Gakkai italiana (organizzazione buddista riconosciuta dallo Stato), con loro ho lavorato sull’immagine del volo: l’educatore per me è la base da cui i giovani possono spiccare il volo, se hanno paura non potranno mai andare alto, andare dritto, resistere per un lungo tragitto.

- Perché hai scelto proprio il Teatro Natura?

Soprattutto perché la natura ci permette di superare la dualità tra noi e gli altri: essere albero, acqua, fuoco o vento permette di sentire che siamo anche noi aggregati di atomi, di molecole, non c’è differenza tra noi e l’ambiente. Questi componenti assumono forme differenti, di conseguenza come essere vivente sono a mio agio ovunque vado, l’altro non è qualcosa di diverso di me, ma ha solo una “forma” diversa dalla mia. Credo che esista una grande unità e affinità tra esseri umani e natura. L’individualismo, lo stimolo al narcisismo, alla competizione, non possono essere la base da cui iniziare un lavoro pedagogico per sostenere lo sviluppo di cittadini del futuro. Solo la comprensione di poter agire insieme e collaborare nella diversità, con la propria originalità può davvero aiutare i giovani a diventare felici e stare a proprio agio nel mondo.

- Quali sono le differenze tra il tuo modo di operare in natura e nelle scuole o nei laboratori nelle scuole e nei teatri?

Nel laboratorio di teatro natura che tengo alla “Casa del Parco della Valle dei Casali” l’obbiettivo principale è entrare in empatia con la natura. Lavoriamo sia all’interno che all’esterno, ci arrampichiamo sugli alberi, stiamo contatto con gli elementi, non è semplice, perché la scissione tra uomini e natura, anche da bambini, è già radicata dal modello sociale inconscio, per alcuni può risultare strano anche sdraiarsi a contatto diretto con la terra, incontrare insetti o sporcare mani e vestiti. Facciamo percorsi nel bosco, nella Villa che abbiamo a Monteverde, camminiamo lungo il torrente e recitiamo sotto i tigli o sul famoso albero delle scimmie, un albero del pepe gigantesco. In questo campo mi ha sviluppato una grande spinta interiore, il desiderio di aprire la vita, il desiderio di risvegliarmi alla mia unità con l’Universo e permettere agli altri di fare lo stesso. Durante le escursioni condivido con bambini e giovani la vitalità degli alberi, dei ruscelli, di fiori e piante. Cerco di far percepire a tutti la grandezza di ogni fenomeno vivente e l’interazione tra noi e la vita dell’intero Cosmo.
A scuola invece facciamo teatro legato al programma scolastico, alla letteratura, alla storia. Per dieci anni abbiamo lavorato sull’Odissea. Grazie all’esperienza di teatro natura nell’Odissea ho scoperto che l’ulivo è il centro simbolico di tutta l’opera. Nel mito il rapporto tra uomo e natura è sempre fondamentale ma il ritorno di Ulisse a casa rivela un cardine della nostra cultura. Penelope, nel finale, si rifiuta di dormire con Ulisse e chiede di spostare il letto perché se è il suo ci possa dormire da solo. Ulisse sa che non si può spostare perché è un ulivo vivo con radici profonde. La casa di Penelope e Ulisse è costruita attorno ad un ulivo lavorato e imbellito dall’eroe, forse è Ulisse stesso l’albero su cui poggia la casa, in un certo senso non è mai partito, lì sono le radici, lì è la nascita della “storia”.
Ho lavorato anche tanto sul Minotauro e sul mito di Apollo e Dafne, sulla storia di Demetra e Persefone. “L’amore prima di noi” è un testo prezioso su tutti i miti dell’amore, adatto anche ai bambini.
Questo saggio edito da Einaudi interpreta la storia della Ninfa e del dio Apollo come una scelta dettata dalla paura. Dunque Dafne spaventata, per nascondersi dal dio predatore, diventa albero. Ma l’interpretazione del mito da negativa può essere vista in positivo, la storia di questa giovane donna può essere interpretata come la manifestazione simbolica della necessità femminile di sentirsi in simbiosi con il tutto, assecondare il respiro, il ritmo, entrare in comunione con gli elementi. Così Dafne sceglie di essere albero non per paura, ma per sentirsi a proprio agio tra le forme della vita.
A scuola facciamo un lavoro spesso interdisciplinare, c’è il disegno, la musica, la ricerca letteraria anche la scienza può divenire materiale per creare spettacoli. Spesso sono le insegnanti che mi chiedono di partire da un testo specifico o mi chiedono di risolvere un problema del gruppo classe. Ho lavorato spesso su Dante, la Divina Commedia soprattutto l’Inferno, è un lavoro meno autonomo del teatro natura, ma di collaborazione con i docenti, una collaborazione davvero fantastica, che produce risultati incredibili. Sarebbe falso dire risultati che dipendono solo da me.

- Ti sei mai trovata in difficoltà durante i laboratori?

Con gli adolescenti ho notato che la difficoltà maggiore è creare unione tra loro, dei collegamenti al di là delle divergenze. Sia quando lavoro con bambini che con persone più grandi parto dal rispetto e dall’ascolto dell’altro, come nel rapporto con la natura, cerco prima di tutto empatia. A volte si accentuano sentimenti conflittuali, è un bisogno naturale dell’io per la creazione dell’identità, in quei casi mi concentro sul lavoro corporeo, sul percorso etico/filosofico, sul contatto anche fisico, favorendo il dialogo apriamo spazi di riflessione.
Può capitare che tutto questo percorso invisibile al pubblico, ai genitori, delle volte si traduca in testo teatrale, così da semplice teatro creiamo: metateatro. I miei alunni più grandi sanno che i nostri spettacoli sono metateatrali, ci divertiamo ad entrare ed uscire dai personaggi a mascherarci e smascherarci.
A livello sociale in questo periodo si accentuano le chiusure ideologiche, i bambini agiscono per riflesso. Lo scorso anno al laboratorio di teatro natura mi sono dedicata molto a risolvere i conflitti, aiutata dall’ambiente armonioso e dalla scelta di un testo speciale, una sorta di canto alla Terra, così abbiamo potuto sperimentare la fluidità di pensieri ed emozioni. Spero che questo sia stato un esempio per i bambini, per liberarli da visioni unilaterali in ogni ambito della vita.
Grazie alle sorelle Colella, le donne che gestiscono l’associazione “La Lanterna” ho avuto la proposta di realizzare l’adattamento di un testo del prof. Antonio Battista, docente universitario di Scienze Ambientali nonché responsabile dell’orto botanico di Roma fino alla fine della sua vita. La creazione di questo copione è stata un impegno importante del 2018, un impegno decisivo perché riguardante la formazione del nostro pianeta e dunque la spiegazione del perché siamo in vita. L’esperienza della mutazione degli elementi, la metafora di quello che è avvenuto alle piante ha fatto percepire ai bambini la ricchezza delle loro specificità e intuire la possibilità di coesistere in modo armonico. Io stessa ho scoperto tanti fenomeni straordinari, soprattutto che le piante sono l’origine della nostra nascita, così la gratitudine e la protezione verso di loro si è amplificata.

- Perché hai scelto di lavorare con i bambini e i ragazzi?

A un certo punto della mia vita ho avuto un dubbio. Ero indecisa se continuare con i bambini o fare spettacoli con gruppi di adulti. Anche perché il lavoro con i bambini delle volte è faticoso. Ho chiesto consiglio ad una donna in cui ripongo fiducia, che ha potuto sostenermi con la filosofia buddista. La mia amica mi ha ricordato affettuosamente: “Sei una donna libera, puoi fare quello che vuoi”.
Giusto! Questo lo insegnavo a tutti, si può scegliere e riconoscere se stessi, decidere cosa fare, come creare il proprio destino, eppure non credevo di poterlo fare io.
In quel periodo partecipavo ad un progetto della Soka Gakkai Italiana, una mostra fotografica sui diritti umani ai Mercati Traianei, c’erano foto e testi: sui profughi, la povertà, la guerra, l’uso delle armi e la pena di morte. Mi ero preparata per fare la guida. I miei figli, Sofia e Dario erano piccolini, lavoravo e mi occupavo molto di loro. Il primo giorno in cui riuscii a recarmi alla mostra per spiegarla agli ospiti lo ricordo ancora perché a Roma nevicò. Verso la fine del percorso fotografico c’erano citazioni delle esperienze di Ghandi, Martin Luther King, Nenson Mandela, Danilo Dolci e Daisaku Ikeda e poi c’era uno specchio con scritto sotto “Adesso tocca a te!” .
Così venivano incoraggiati i visitatori ad agire per risolvere i problemi a livello mondiale e costruire la pace. Il giorno dopo mi chiamarono e mi chiesero se mi andava di scrivere e fare la regia di uno spettacolo per le scuole di tutto il Lazio con attori professionisti. Feci tutto con grande entusiasmo e passione ma dentro di me si metteva tutto in chiaro, giorno per giorno. Durante questa esperienza formativa e felice capii che la mia vocazione era lavorare con i bambini con la prospettiva di formare leader del futuro. Erano già passati 10 anni dalla pubblicazione dei miei testi di pedagogia sul teatro a scuola ed ogni dubbio ora si era sciolto, finalmente attraverso l’azione, la sperimentazione, il coraggio.

- Come presenti i tuoi progetti per le scuole, hai dei referenti precisi, partecipi ai bandi con un’associazione?

Nelle scuole presento dei progetti pof-pon come esperto esterno ai referenti per insegnare in orario curriculare, ma da qualche anno ci sono poche ore disponibili. Negli anni ’80 ci sono stati molti convegni e organizzazioni attive per integrare il teatro nelle scuole, anche nelle ore curriculari, ma ora se ne parla di meno, nonostante le nuove linee guida del MIUR.

- Qual è per te la tua esperienza di maggior successo lavorativo?

Sicuramente il laboratorio al Casale della casa del Parco e alla Lanterna proprio perché il rapporto con la natura è molto stretto ed i temi trattati sono tutti ambientali. In particolare mi è piaciuto molto il progetto dell’anno scorso: contattata dal figlio del prof.Antonio Battista ho dedicato molto tempo per mettere in scena un testo scientifico, molto complesso sulla formazione del pianeta Terra. C’è stato anche uno “scatenamento emotivo” nel condividere questo percorso con i bimbi tra i cinque e i nove anni; all’inizio alcuni non accettavano la diversità dell’altro, alla fine si è creato un bel gruppo, è stato un percorso doloroso perché sentendo il rifiuto entro in empatia con le “vittime” e cerco in tutti i modi di risolvere a breve.
Alla fine proprio attraverso questo problema della non integrazione ho parlato molto a tutti dei principi filosofici che ci aiutano a convivere apprezzando la diversità, valorizzandola e non rifiutando chi la pensa in modo diverso o non ci piace. I giochi teatrali, i testi, gli esempi tratti dalla natura non bastavano. Una bambina del gruppo si è presa grande responsabilità nel creare armonia tanto che ha riportato questo atteggiamento anche a scuola dove ha combattuto contro situazioni di bullismo sentendo il suo potere trasformativo nel gruppo classe. Voglio concludere ringraziando tutti ma soprattutto Alice Rinaldi che è la sopra citata e Juri Patacchiola appartenente al gruppo dei più grandi che mi sostiene nelle imprese più complesse e cerca di accogliere sempre i giovani che entrano per la prima volta a contatto col linguaggio teatrale. Anche Juri ha assunto la funzione di fare da ponte e leader positivo tra tanti ragazzi ancora chiusi in se stessi.

lab teatrale Carosella

Grazie di cuore Maria Elena, per questa intervista, per il tempo che abbiamo condiviso e per come contribuisci ogni giorno a creare un mondo più consapevole. Giulia

www.giuliagiordano.it